“LE BACCANTI” AL TEATRO GRANDE DI POMPEI

Categoria: Proposte Culturali Scritto da Viviana Ambrosio / November 13, 2019

Ieri, domenica 16 aprile nel Teatro Grande di Pompei è andata in scena la tragedia del grande maestro Euripide  “Le Baccanti” regia di Andrea De Rosa.

Le Baccanti è l’ultima grande tragedia prodotta dal teatro greco, nel momento del tramonto politico di Atene. Euripide, definito da Aristotele “il più tragico dei tragici”, scrisse la sua opera quando ormai era prossimo alla morte. Al centro del dramma,  considerato uno dei capolavori del teatro di ogni tempo, sta il creatore stesso della tragedia, Dioniso, “il più terribile e il più dolce tra gli dei”. Tragedia enigmatica e disorientante, Le Baccanti è una crudele rappresentazione della fragilità dell’uomo.

Mettere in scena “Le Baccanti di Euripide”, spiega il registra Andrea De Rosa è una sfida la prima e la più importante delle quali consiste nell’essere l’unica tragedia il cui protagonista è un dio (Dioniso). Come rappresentarlo? Come mettere in scena un dio? “

Dioniso, figlio di Zeus e di Semele e nipote di Cadmo, arriva a Tebe dalla Lidia, assumendo sembianze umane. Vuole affermare la propria origine divina, imporsi come dio nella città dove un fulmine ha incenerito sua madre. La sua vendetta inizia con lo spingere tutte le donne di Tebe a trasferirsi sul monte Citerone, per celebrare i suoi riti. Al nuovo culto si adegua il vecchio re Cadmo, vi si oppone, invece, solo Penteo, il giovane sovrano che non vuole rinunciare alle sue capacità razionali. Con l’arrivo di Dioniso, tutta la città di Tebe è invasa da un travolgente stato di estasi, di perdita della coscienza, di follia mistica. Le donne di Tebe sono possedute dal dio e perdono la propria identità: nessun corpo resta simile a sé stesso sotto l’effetto dell’estasi dionisiaca. La trasformazione è inevitabile.

Dioniso vista la diffidenza di Prometeo scaglierà la sua maledizione sul re, che finirà selvaggiamente dilaniato dalle Baccanti, la cui testa cambiata nel delirio con quella di un leone, finirà infilata su di una picca dalla madre Agave inconsapevole, che il padre Cadmo porterà poi alla coscienza, mostrandole i resti del figlio smembrato, accostando ad esso la testa, riunendo le “disiecta membra”, e da allora per lei e per tutti la cupa tragedia non potrà avere redenzione alcuna.

 “Molte sono le forme del divino, molte cose inaspettate fanno gli dei: e quelle che erano attese non si sono compiute e per quelle che erano inattese, il dio ha trovato una strada”.

 Il testo di Euripide viene sostanzialmente rispettato, lo spettacolo segue i canoni della sensazione percettiva corporea, “le Baccanti” vengono rappresentate come una finestra sull’irrazionale, sulla frenesia del corpo e l’estasi dell’anima, su un mondo antico dove la libertà espressiva è la norma, sulla possessione dionisiaca, devastante e creativa, che ci parla del rimosso, allora e per sempre, della nostra quotidianità. L’Antico come liberazione dei sensi, ove le donne, protagoniste dei rituali, vengono animate e dirette da Dioniso, in uno stato di trance, quasi fossero preda di un sonno perenne, dove l’ebbrezza porta sensualità, stordimento, morte, dove il dio, anche demone, le guida, in una danza sfrenata ed inquietante, fatta di lamenti, sospiri, e di sottintesa terribile, inebriante violenza.

Dioniso, spiega il regista, è un dio difficile da afferrare, fragile e contraddittorio, insieme uomo e donna, debole e potente, creativo e distruttivo ma la posta in gioco è altissima perché egli promette agli uomini – attraverso il vino, la droga, la danza, la musica, il sesso e la morte – la liberazione dal dolore.

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Info sull'autore


Viviana Ambrosio

Programmatrice turistica per flussi pellegrini religiosi. Laureata in Cultura e amministrazione dei beni culturali (Università degli Studi di Napoli Federico II).

Socia dell'Associazione CamCampania, appassionata di letteratura, arte e musica.