CASTEL CAPUANO E LA LEGGENDA DI GIUDITTA

Categoria: Beni Culturali Scritto da Francesca Andreoli / January 21, 2021

Di quante volte la facciata ne sia stata modificata e di quanti usi (e consumi) se ne siano fatti di esso, Castel Capuano rimane uno dei simboli più rappresentativi della città di Napoli, e vanta ben 870 anni di storia.

 

Oggi, dopo cinque secoli, se ne sta lì, sui vicoli della Vicaria, come un castello in cerca d'autore, pronto a svelare le proprie bellezze.

Di origine normanna, è situato allo sbocco dell'attuale via dei Tribunali, a ridosso di Porta Capuana, che si apre sulla strada che conduceva all'antica Capua. Da qui, l’origine del suo nome, che, dopo il Castel dell'Ovo, è il più antico castello di Napoli.

Nel corso dei secoli, il Castello ha cambiato molte destinazioni d’uso e ha atteso, come attende una cenerentola, centinai di anni perché assurgesse all’uso che più di tutti gli si addiceva: quello di centro nevralgico della giustizia napoletana.

Destinato, inizialmente, a residenza reale dei sovrani normanni - nonostante l'austerità degli ambienti – il Castello sulla Porta Capuana conobbe poco questa funzione di focolare poiché con l'avvento degli Angioini, fu il Castel Nuovo (edificato successivamente) a ereditare la funzione di dimora dei sovrani di Napoli, e Castel Capuano venne destituito a salotto reale.

Pur rimanendo in secondo piano rispetto alla nuova sede della corte reale, il Castello fece da cornice ad importanti eventi per la storia della sua città, come lo sfarzoso matrimonio del duca di Gravina e Maria di Calabria, figlia di Carlo D’Angiò, la cui unione avrebbe consentito l’avvicinamento di Carlo al trono di Napoli.

Come roccaforte, viene ricordato per aver arrestato l’assedio aragonese, che si arrese di fronte all'inespugnabilità della residenza. Gli Aragonesi infatti attesero ben 80 anni per insediarsi a Napoli, nel XVII secolo.

Sotto il loro regno, Castel Capuano ospitò tra le sue mura ricevimenti (per lo più nuziali) e banchetti, ma nulla di più. Dovette attendere l’anno 1503 per poter uscire dal ruolo di “attore non protagonista” nel quale era stato relegato.

Con l'annessione del Regno di Napoli alla corona di Spagna, infatti, Castel Capuano diventava ciò che sarebbe stato nei secoli a venire, quello per cui è ricordato negli annali, funzione storica che fu fino a pochissimi anni fa e che, nella memoria storica dei napoletani, è ancora: Palazzo di Giustizia.

È proprio come palazzo di giustizia che Castello Capuano esprime il suo estro migliore. Custode delle più intricate vicende giudiziarie negli anni della rivoluzione napoletana, offre ai suoi visitatori lo spettacolo di un quadro d’autore.

Sul portale d'ingresso, dal quale si accede, si ritrovano gli stemmi di Napoli: la grande aquila bicipite, stemma della casa reale di Spagna e, a un livello superiore, lo stemma dei Savoia, affisso dopo l'Unità d'Italia in sostituzione di quello dei Borbone. Le lancette dell’orologio centrale rivelano l’ora dal 1858.

Superato il portale, si prospetta il cortile,che per secoli è stato il nucleo del castello: è qui che si riunivano avvocati, giudici, imputati, e testimoni coinvolti nelle traversie legali; da qui si aprono le scalinate che conducono agli ambienti interni del castello.

Fra le prime sale interne di Castel Capuano, si delinea il Salone della Corte d'Appello, coi suoi affreschi, che raccontano, in silenzio, gli splendori del regno che fu.

Al primo piano, si raggiunge la spettacolare Sala dei Busti, i cui busti in marmo omaggiano quelli che furono gli avvocati più famosi del foro di Napoli. Un trionfo di marmi che si ritrovano nelle erme della Sala, ma anche nei tavolati da pavimento e da parete che catturano la magnificenza del luogo e la restituiscono, senza remore, all’occhio incantato di chi osserva.

Dalla sala dei Busti si accede alla Cappella della Sommaria, realizzata verso la metà del Cinquecento e avvolta nel mistero. Qui si incarnano antiche leggende, voci di fantasmi si rincorrono tra le pareti e il tormento dei condannati riecheggia a ciascun passo.

Molti testimoni e visitatori sarebbero pronti a giurare che in questa Cappella vaghi lo spirito inquieto di Giuditta Guastamacchia, donna bellissima quanto crudele, che, macchiata da feroci crimini, venne decapitata.

La cronaca nera racconta di lei come una giovane vedova, madre di un figlio avuto da un marito, che, per aver frodato il Regno, fu giustiziato sulla forca. Il padre di Giuditta, non potendo mantenere né lei, né il nipote, decise di chiuderla nel Convento di Sant’Antonio alla Vicaria, dove la giovane dal sangue caldo e peccaminoso, iniziò una tresca amorosa con un prete, Don Stefano d’Aniello, la cui mente diabolica orchestrò un sagace piano per nascondere l’illecito rapporto: si spacciò infatti per suo zio e la fece sposare un nipote di appena sedici anni per motivare la presenza della bella giovane in casa sua.

Ma il matrimonio di copertura e l’eccessiva disponibilità di Giuditta con suo zio, fece ben presto stancare il giovane che, amareggiato, decise di tornare al suo paese, con l’intenzione di denunciare i due adulteri e farli condannare.

Giuditta conobbe un solo modo per sfuggire al suo destino: mettere fine alla vita del marito. Sulla base di infondate accuse di maltrattamenti da parte del ragazzo, Giuditta si servì del padre e di altri due complici i quali, con inganno, fecero ritornare a Napoli il giovane malcapitato, promettendogli una rappacificazione con la bella Giuditta.

La sorte del povero marito fu ben presto segnata: al suo rientro venne strangolato dai complici di Giuditta.

Ma la sanguinaria assassina non si accontentò di ucciderlo: ella infatti proseguì il suo piano mefistofelico e del corpo esamine ne fece pezzi che diede a ciascun complice perché se ne disperdessero nei mari e nei boschi.

Il suo zelo in perfidia la trasse in inganno e durante il tentativo di dispersione dei resti, uno dei complici, fu fermato dalla guardia reale che nel controllo di routine lo perquisì, trovandogli il macabro bottino. Questi, dopo un estenuante interrogatorio, confessò il crimine e i suoi complici.

Giuditta, il padre e il prete, intuendo che qualcosa era andato storto, presero la fuga, ma furono rintracciati e fermati sulla strada per Capodichino.

Il processo, ricordato come uno dei più brevi a Napoli, si concluse con una sentenza di condanna alla forca.

Era il 19 Aprile del 1800. All’alba Giuditta venne impiccata, tra supplizi e urla cariche di tormento.

Di lei e della sua peccaminosa storia non se ne parlò mai più.

Anche se la sua dannazione si è fermata al Castello della Vicaria e, a orecchio teso, è possibile sentirla, al crepuscolo, quando, il Castello è sul punto di chiudere e gli ultimi visitatori asseverano udire urla di sgomento provenienti dall’ala est…

 

 

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