LE DANZE TRADIZIONALI DEL SUD ITALIA

Categoria: Feste Popolari Scritto da Francesca Andreoli / September 24, 2019

Il Sud Italia, si sa, pullula di tradizioni di ogni specie: da quelle gastronomiche a quelle familiari, tutto il tacco e punta della nostra bella penisola è un trionfo di usanze che mantengono vive le nostre tradizioni.

 

 

Tra queste, in Campania, la tradizione dei balli popolari è una delle più sentite del territorio, che suscita moltissimo interesse e richiama l’attenzione di molteplici partecipanti, ma anche curiosi, che, interessati, accorrono nelle piazze per poter veder ballare i danzatori.

Le danze popolari in Campania sono principalmente tammurriate e tarantelle, tra queste ultime la più famosa è sicuramente la tarantella di Montemarano, ballata durante il Carnevale   da tutti gli abitanti del paese, muniti di castagnette, al seguito di piccole scatenate orchestre di clarinetti, flauti, fisarmoniche e tamburi a cornice, che percorrono ripetutamente il corso di Montemarano, curiosamente a forma di Y.

In tale occasione diversi gruppi di danza si organizzano per sfilare in una sorta di competizione che ha inizio il sabato di carnevale. Ogni gruppo è coordinato dal proprio caporabballo, il personaggio più rappresentativo di tutta la manifestazione: un pulcinella che con il suo caratteristico costume bianco e rosso, l'alto cappello, il bastone simbolo di autorità, dispensa ordini ai figuranti, fa spazio tra la folla, distribuisce confetti al pubblico.

L'origine pagana del carnevale montemaranese fu ripresa e divulgata nel XVII secolo dal poeta e scrittore napoletano, Giambattista Basile che fu signore e governatore di Montemarano. Varie sono le teorie concernenti il manifestarsi della musica e del ballo legati alla festa. La più avvalorata vuole che un gruppo di Bulgari, nel contesto dell'avvicendarsi delle tante dominazioni straniere, abbia portato le prime note poi rielaborate dai Montemaranesi.

Anche la tammurriata va inclusa nella famiglia della tarantella meridionale.

Viene eseguita in una vasta zona che va dalla bassa valle del Volturno, il Casertano, l’area circumvesuviana, sino all’Agro Nocerino, il Nolano ed alla costa amalfitana.

 

Il ballo trae il nome dal fondamentale ritmo binario che viene marcato con il tamburo (detto anche tammorra), che ricorda la forma di un setaccio.

Le origini della tammurriata si perdono nella notte dei tempi: sicuramente esse sono da ricercare nelle antiche danze delle genti campane, come i sanniti, che l’hanno resa parte di quei riti propiziatori e devozionali legati ai cicli riproduttivi della terra.

Come gran parte dei riti arcaici precristiani, infatti, essa è legata al culto della Madre Terra, volta a propiziare un buon raccolto. A testimonianza di ciò i suoi gesti derivano da quelli che si effettuano durante il lavoro quotidiano nei campi o in casa, come setacciare la farina o spezzare i maccheroni, oppure imitazioni degli atteggiamenti degli animali come il volo degli uccelli e le gestualità tipiche dei gallinacei.

Come altri culti rurali, quello della tammurriata è la continuazione genuina di una religiosità lontana dalle teologie di Templi e Cattedrali, ed è legata alle sette Madonne Campane.

“Beata quella bella Sant’Anna! Sette figlie, tutt’e sette Madonne!” Così recita un canto napoletano sulle sette Madonne sorelle, figlie di Sant’Anna e San Gioacchino.

Le sette Madonne, onorate da tutti i campani, prendono il nome dai luoghi a cui sono legate o dagli attributi che le caratterizzano e sono: la Madonna dell’Arco di Sant’Anastasia e la Madonna Pacchiana di Castello di Somma Vesuviana in provincia di Napoli, la Madonna delle Galline di Pagani, la Madonna dei Bagni di Scafati, la Madonna dell’Avvocata di Maiori, la Madonna di Materdomini di Nocera Superiore in provincia di Salerno, la Madonna di Montevergine in provincia di Avellino.

Tra le leggende che ruotano intorno alle Madonne quella legata alla Madonna delle Galline è legata ad a un insolito episodio secondo cui un’effige della Madonna, sotterrata per preservarla dalla distruzione delle icone nella lotta religiosa, fu rinvenuta grazie al “raspare” di alcune galline.

I festeggiamenti in onore della Madonna iniziano con il rituale gesto dell'apertura delle porte del santuario, chiuse da Pasqua per allestire il trono e preparare la statua della Santa Vergine, la quale, per antica tradizione, viene oscurata tutto l'anno alla venerazione dei credenti. Infatti, mentre l'immagine miracolosa è da sempre esposta sull'altare, la statua lignea fu creata solo per uno scopo processionale. Il telo che copre la nicchia della statua viene alzato solo nell'ultima settimana di settembre, quando ricorre la data dell'incoronazione dell'icona, alla quale è collegata una settimana di predicazione e di solenni messe.

Questo evento attira migliaia di cittadini, paganesi e non, davanti al santuario (che apre i suoi cancelli alle ore 18:00).

La caratteristica più importante che avvolge l'intera festa è la tammurriata:  la forsennata musica popolare che scoppia il venerdì in Albis accompagna la popolazione per l'intera giornata della domenica e si conclude all'alba del lunedì successivo, quando il popolo dei devoti va a deporre ai piedi della Madonna le tammorre utilizzate durante la festa. La tammurriata determina l'inizio delle celebrazioni, accompagna il popolo in festa durante l'intera domenica (quest’anno il 23 aprile).

All'alba del lunedì (tra il 23 e il 24 aprile) i tammorrari, devoti, si recano in corteo al santuario, dove depositano i loro strumenti ai piedi della Vergine e, ringraziandola, fanno un atto di sottomissione, per poi, senza mai voltare le spalle all'altare, lasciare il santuario intonando l'antico canto popolare Madonna de la Grazia.

Un rituale molto suggestivo che suscita la sensibilità di molti che si recano al santuario, anche solo per recitare una preghiera, e che restano affascinati dalla sacralità e dal misticismo che si crea tra i danzatori e i tammorrari.

Dunque, quest’anno c’è un modo diverso di celebrare la Pasqua: ai piedi della Vergine, al ritmo del battito dei cuori.

 

 

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