VIRGILIO E NAPOLI: RACCONTI DI UNA CITTA' ESOTERICA

Categoria: Conoscere il Territorio Scritto da Francesca Andreoli / January 21, 2021

Il legame che unisce Publio Virgilio Marone, il famoso poeta latino, alla città di Napoli è un sodalizio antico e profondo, che ritrova le sue origini in un’antica leggenda.

I suoi biografi medioevali ci narrano che fu Virgilio, stretto amico di personaggi di potere e di grandissima influenza come l'imperatore Augusto, del governatore provinciale Gaio Asinio Pollione e del ricco Gaio Cilnio Mecenate, a consigliare all'imperatore di costruire una rete di pozzi e fontane per l'approvvigionamento idrico, un sistema fognario di cloache e complessi termali terapeutici a Baia e Pozzuoli, per i quali fu necessario scavare un traforo nella collina di Posillipo, l'odierna "Grotta di Posillipo", nota per tale motivo fino al XIV secolo come "Grotta di Virgilio".

Infine, Virgilio, essendo un appassionato del divino e del mondo della religione in generale (come traspare anche dalle sue opere letterarie), avrebbe fatto installare due sculture di teste umane in marmo, una maschile e allegra, l'altra femminile e triste, sulle mura della città e precisamente ai lati della porta di Forcella al fine di fornire un presagio casuale fausto o infausto per i cittadini di passaggio.

Con l'allargamento delle murazioni orientali in epoca aragonese, le teste furono trasferite nella lussuosa villa reale di Poggioreale, ma andarono però perdute a causa della distruzione del complesso.

Proprio la sua attrazione per la religione, lo portò ad aderire al neopitagorismo, corrente filosofica e magica allora molto diffusa nella Magna Grecia, e in particolare a Neapolis, una delle poche città del Meridione che dopo la conquista romana aveva conservato la sua vita culturale genuinamente ellenica.

In quanto filosofo neopitagorico e mago gli sono attribuite diverse immagini magiche e talismani volti alla protezione della sua amata Partenope che lo aveva adottato.

E la convinzione che Virgilio era stato il mecenate della città, fu viva e sentita fino all’età medievale, fino a quando il vescovo Ianuario, San Gennaro, non si sostituì ad egli, soprattutto grazie alla Chiesa che voleva eliminare ogni forma di paganesimo, e ai Normanni che intendevano sottomettere Napoli, sopprimendo il protettore Virgilio, del quale profanarono le ossa.

Ma la vicenda più affascinante che testimonia il rapporto privilegiato che Napoli aveva (e ha) con il poeta latino, sia dal punto di vista della produzione letteraria, indirizzata agli ambienti colti che dal punto di vista della creazione magica-esoterica, rivolta alla plebe e agli adepti, riguarda sicuramente la leggenda dell’uovo. Fu proprio quest’ultima infatti ad accrescere la sua fama di Mago dalla popolazione, che lo venerava come Liberatore, venuto a salvare la città da svariate forme di malefici e pestilenze.

Secondo le cronache napoletane, quest’uovo fu conservato, dietro ordine del poeta alchimista, all’interno di una gabbia di ferro che fu depositata in una nicchia misteriosa, nelle fondamenta del Castello, profetizzando che alla rottura dell’uovo, tutta la città sarebbe crollata. Un’altra versione cita che l’uovo fu inserito in una caraffa di cristallo molto pregiata, sigillata e nascosta nelle mura. E’ proprio da questa leggenda che prende nome il nostro castello.

Secoli dopo, si narra che la regina Giovanna I di Napoli sostituì l’uovo che si sarebbe danneggiato a seguito di un crollo che coinvolse il castello; ciò acquietò lo stato di panico che dilagò tra il popolo napoletano, che associò la rottura dell’uovo ad una grave minaccia che avrebbe colpito la città, come narrava la leggenda profetica.

Perché proprio un uovo?

La spiegazione diventa più complessa e affascinante. E’ nota a Napoli, nel periodo medioevale, la nascita di una fiorente scuola ermetica che basò i propri studi sull’alchimia, ovvero l’arte di manipolare e trasformare i metalli di poco pregio in preziosi, attraverso l’esplorazione diretta della natura con pratiche magiche e misteriose.

L’isolotto di Megaride (Castel dell’Ovo) si prestava maggiormente a questo tipo di ricerche e ospitava monaci eremiti che si rifugiavano nelle grotte marine, luoghi di antichi culti greco-romani, operando in grande segreto l’esoterismo, ossia la sperimentazione dell’Uovo alchemico che riceve il nome di Uovo filosofico, la lenta trasmutazione degli elementi primari quali, lo zolfo e il mercurio in oro alchemico/oro spirituale.

Per l’alchimia, la parola uovo sta ad indicare un contenitore, un vaso «athanor» o un forno dove si fondevano questi elementi al fine di ottenere il metallo prezioso. Fu proprio Virgilio ad assimilare tutti i processi alchemici, frutto di antiche conoscenze, i cui studi e ricerche furono rinvenuti secoli dopo e gelosamente custodite dai napoletani.

La scelta per gli studi alchemici, ricadde sulla città di Partenope per la complicità del mare del Golfo di Napoli (principio femminile Acqua) e la vicinanza del Vesuvio (principio maschile Fuoco) che creavano all’epoca, il clima fertile per questo genere di ricerche alchemiche, molto segrete.

Napoli amò moltissimo il poeta e mago Virgilio che seppe liberare Neapolis da gravi pestilenze e malefici, come testimonia ancora oggi il Parco della Tomba di Virgilio in suo onore che sorge alle spalle della chiesa di S. Maria di Piedigrotta in zona Mergellina e ospita numerose tracce del passato, monumenti e il sepolcro romano.

Fu un amore corrisposto: “Mi ha generato Mantova, il Salento mi ha strappato alla vita, ora Napoli conserva i miei resti; ho cantato pascoli, campi, eroi”: è l’epitaffio di Publio Virgilio Marone.

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