UNA TRADIZIONE ISCHITANA: L'ARTE DELL'INTRECCIO

Categoria: Conoscere il Territorio Scritto da Rosa Regine / December 7, 2019

Cesti, cestini, nasse, scope, cappelli, ventagli, stuoie, cinture, tende, borse, porta bottiglie, colabicchieri, ma anche gioielli, lampade, centro tavola, pantofole e persino bambole e ombrelloni da mare: tutti questi prodotti fanno parte dell’insieme di

manufatti che vengono realizzati sull’isola d’Ischia dall’antichità e fino ai nostri giorni, seppure in quantità e per scopi differenti. Un tempo era la necessità che aguzzava l’ingegno, tanto è vero che l’arte di intrecciare fibre naturali di vario genere era molto conosciuta e diffusa sull’isola d’Ischia. Una tradizione che ha radici nella colonizzazione greca, con marcate componenti arabe, che hanno segnato la storia della nostra isola. Basti pensare all’utilizzo del giunco importato dalla terra ferma, e la rafia (prodotto di origine vegetale che si ricava da una palma diffusa sulle coste del Madagascar) che arrivava dall'Africa, a cui si aggiunsero alcune piante autoctone coltivate nell’isola, precisamente nei comuni di Barano e Serrara Fontana, dove vi era un grano molto particolare, chiamato “carosella”, da cui si ricavava una paglia utile all’arte dell’intreccio. Molte famiglie producevano in autonomia gli utensili di cui avevano bisogno e non c’era pescatore che non sapesse come si realizzavano i propri attrezzi da pesca o contadino che non conoscesse la differenza tra una cesta di vimini e una di castagno, né tali attrezzi erano sconosciuti nella cultura popolare. Ogni cesto aveva una sua precisa funzione e quindi doveva essere realizzato in un determinato modo e con un determinato materiale. Un tipico cesto ischitano dall'uso altamente specializzato è rappresentato dal cosiddetto “cufaniello 'e ll'acene”, costruito prevalentemente con rami di mirto e di olivo e utilizzato come filtro durante la vinificazione nelle cantine dell'isola. Un altro esempio è costituito dalla nassella, detta “'u nassiell”, che consiste in un contenitore piatto a forma di goccia e di misura variabile, adoperato per seccare al sole i fichi o i pomodori; esso si ricava con rami di castagno e di ginestra intrecciati tra loro, il bordo perimetrale viene contenuto con rami di salice. Ora è soprattutto il commercio la destinazione principale di questi prodotti e si è lentamente persa la conoscenza non solo della tecnica dell’intreccio, ma anche dei materiali e persino, in taluni casi, di alcuni utensili, inevitabilmente legati ad un retroterra culturale non più in voga. Tutto perduto dunque? No. In questi ultimi anni, parallelamente al ritorno alle origini di molti giovani anche dopo il conseguimento di lauree prestigiose, alcuni dei quali impegnati per il recupero delle aree collinari dell’isola mediante il ripristino dello stato dei luoghi o il “ripopolamento” delle zone montane con l’allevamento di pecore e la coltivazione della vite e di ortaggi, c’è chi si adopera per conservare e diffondere l’uso e la conoscenza dell’arte dell’intreccio. Queste due strade si incontrano più spesso di quel che non si pensi. Tanto per fare qualche esempio banale, grazie a coloro che ancora conoscono l’intreccio di fibre vegetali, alcuni giovani viticoltori stanno riacquisendo la manualità dei vecchi contadini che usavano le cosiddette “cudole” o “cullule”, che null’altro sono se non rami di salice bianco, per legare e sistemare i vitigni; altri imparano a sistemare le piante dell’orto come melenzane e pomodori utilizzando le foglie delle canne prima essiccate e poi immerse nell’acqua, eliminando così tutti i fili di origine artificiale e quindi non biodegradabili. Certo è però che molto di ciò che si faceva un tempo, per motivi economici, non viene più fatto. Per fare un altro esempio, un tempo sull’isola era diffusa la realizzazione in proprio da parte dei contadini (che quindi erano anche abili tessitori) delle cordicelle per sistemare i pomodori e appenderli così nei cosiddetti “piennoli”: fibre di gladiolo selvatico o rami di ginestra servivano a questo scopo, ma sono stati soppiantati da cordame di plastica o di altra origine, quindi non biodegradabile.

Per quanto riguarda l’intreccio e il ricamo con la rafia, quello più richiesto dal settore turistico per i souvenir, vi sono alcuni nuclei familiari che ancora lavorano e intrecciano la rafia in modo artigianale, realizzando oggetti che vengono poi esportati in tutto il mondo: questi manufatti risultano essere un felice connubio di tecnica di intreccio e arte del macramé, ossia della tecnica di fare i nodi, importata dall’Oriente e diffusa grazie ai mori in Spagna e dai crociati in Italia. Quindi un prodotto frutto della commistione di diverse aree, la materia prima di origine africana, la tecnica di origine orientale e la lavorazione isolana.

In conclusione, la capacità di realizzazione di questi manufatti può essere ancora trasmessa, non solo seguendo dei corsi ad hoc, ma soprattutto impegnando un po’ del proprio preziosissimo tempo e molta pazienza per un’arte popolare, ma ecologica e per questo tra le più nobili al giorno d’oggi.

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Info sull'autore


Rosa Regine

Rosa Regine è nata a Ischia (NA), nel  2009 ha conseguito la laurea triennale nel corso di laurea (CdL) in Cultura e amministrazione dei beni culturali presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”, discutendo una tesi in Storia greca dal titolo “Il mito di Tifeo ad Ischia. Dalla condanna greca al recupero locale”, e nel 2012 presso lo stesso Ateneo ha raggiunto anche l’obbiettivo del diploma magistrale nel CdL in Organizzazione e gestione del patrimonio culturale ed ambientale, con una tesi in Bibliografia e Biblioteconomia dal titolo “I canali vecchi e nuovi di diffusione del libro”. Da sempre interessata all’arte e alla cultura, appena dopo la laurea magistrale inizia un percorso di approfondimento della formazione professionale per il settore dell’editoria, degli archivi e delle biblioteche, che la porta a conseguire nel 2015 il diploma della Scuola di archivistica, paleografia e diplomatica dell’Archivio di Stato di Napoli. Per conto dell’Associazione napoletana Librincircolo realizza l’evento Book-mob a Ischia. Attualmente lavora a Milano presso la Cittadella degli Archivi e sta per conseguire il diploma del master di I livello dell’ISSR “San Pietro” di Caserta in Biblioteconomia e Archivistica ecclesiastica. Ha seguito un corso biennale per animatore diocesano del turismo religioso e culturale, concludendo l’esperienza  teorica con un servizio di guida presso alcune chiese del comune di Forio d’Ischia.