Rosa Narciso. Racconti

Categoria: Proposte Letterarie Scritto da Palma Emanuela Abagnale / August 20, 2019

Rosa Narciso. Racconti

Rosa Narciso è un’insegnante di Lettere in pensione, con la passione di scrivere.

“Ho ripreso in mano qualcosa scritta tempo fa e ho elaborato l'albero genealogico della mia famiglia, arricchendolo con brevi storie che narrano di persone ad essa
appartenute.”

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Albero genealogico

Imprevisti

Fare sempre nuove amicizie e trovare un "cavaliere servente" per essere scorrazzata o accompagnata era sempre stato un pò il pallino di Rossella; ma una sera fu un pò troppo spregiudicata e per poco le cose non finirono male. Un sabato sera, a Napoli, pioveva e gli autobus passavano a rilento; fortunatamente, alla fermata dell'autobus, Rossella incontrò una vecchia conoscente e, discorrendo piacevolmente con lei, il tempo sembrò scorrere più velocemente. Rossella, stufa di aspettare l'autobus, propose all'amica di chiedere un passaggio; l'amica, titubante all'inizio, visto l'entusiasmo di Rossella, acconsentì. Rossella cominciò a sporgere il dito, ma nessuno sembrava accostarsi. Poi finalmente una macchina si avvicinò: al volante c'era un ragazzo. Un pò impaurite, le due ragazze diedero un indirizzo diverso al giovanotto e cominciarono a parlare tra di loro di diverse cose. Ad un certo punto il ragazzo propose a Rossella e all'amica di accompagnarlo ad una festa, dal momento che non aveva trovato alcuna amica disponibile. Rossella acconsentì immediatamente, coinvolgendo anche la sua amica. La festa si rivelò da subito molto particolare: si trattava, infatti, di un party gay. Ma, in realtà, non era questo ciò che preoccupava le due amiche, quanto il libero fumo di droga. Le due dovettero fingere un attacco improvviso di asma per riuscire ad andar via.

R. Narciso

 

Mesopotamia

“La Mesopotamia è una regione fra due fiumi : il Tigri e l'Eufrate, infatti il termine deriva dal greco mesos-potamos= in mezzo ai fiumi, culla delle più antiche civiltà...” la professoressa continuava a spiegare, ma Fiorella cominciò a distrarsi e a vagare con la fantasia; era sempre stata affascinata da questo termine ed il pensiero che in quel luogo fosse iniziata la specie umana, le prime civiltà, la prima religione, la spingeva a desiderare di andarci, ma non era facile, l'instabilità politica attuale, la situazione particolarmente a rischio mai avrebbero spinto i genitori a dare l'assenso, poteva cercare di coinvolgere Mauro suo fratello, la zia Clementina che era medico presso la Croce Rossa e spesso partiva per spedizioni umanitarie per trovare un sostegno. Nel pomeriggio si mise in contatto con la zia e le espose il suo progetto; quest'ultima le riferì che era in programma una missione in Turchia in jeep, da lì si poteva arrivare a Masul, attraversando il confine e quindi penetrare in Iraq. Doveva farsi varie vaccinazioni e quindi poteva aggregarsi come volontaria, il tutto sarebbe durato 20 giorni, non era molto, ma una breve panoramica l'avrebbe avuta. La zia si fece portavoce presso i genitori del suo desiderio ed il permesso fu accordato. Tutto fu preparato e si partì con l'entusiasmo di una adolescente, fondamentale perché il viaggio presentava parecchi imprevisti. Il viaggio sulla nave fu lungo e pesante,ma una volta sbarcati in Turchia la situazione cominciò a migliorare. La vegetazione era mediterranea ed il caldo sopportabile. Man mano che si penetrava all'interno la vegetazione diventava più spoglia, le soste erano effettuate in piccoli ospedali da campo; bisognava arrivare al lago di Rezayeh per iniziare ad attrezzare un nuovo ospedale da campo; da lì il confine con l'Iraq distava 100-150 km e gli imprevisti potevano essere parecchi, ma Fiorella non si scoraggiava, aveva coinvolto Paolo, un giovane infermiere nel suo progetto: sognava le ziqqurat, Babilonia, i fiumi Tigri e Eufrate tutte le notti; Si arrivò finalmente al lago di Dizayeh dove incontrarono alcuni nomadi che facevano abbeverare i loro cavalli. Il caldo era diventato torrido e lavorare a quelle temperature era pesante, per fortuna che c'era il lago per cui ogni tanto un tuffo serviva a rinfrescarsi. Fiorella ad un certo punto, dopo aver informato la zia, decise di scendere al lago. Cominciò a togliersi i vestiti e sentì qualche strano rumore, dietro due grossi cespugli c'era qualcosa, fece subito per rivestirsi, ma fu catturata da un lazo e trascinata fin quasi al cespuglio, da lì uscirono due nomadi e la caricarono a forza su un cavallo, Fiorella cominciò a gridare, ma, fu inutile, dal campo non la sentivano. Cominciò una corsa pazza attraversando il deserto senza capire dove si andava. Fiorella era molto impaurita, ma cercava di controllarsi. Verso sera si fermarono in una grotta, le diedero solo dell'acqua per bere, Fiorella avvertiva i morsi della fame, ma stava zitta temendo il peggio. Nella notte, tranne il vagare di alcuni insetti, che, entravano ed uscivano dalla grotta, non successe nulla, i due parlottavano in arabo e Fiorella naturalmente non capiva. L'indomani ci si mosse all'alba ed il paesaggio era lo stesso, sole rovente in alto e deserto sotto i piedi, in lontananza Fiorella vedeva dei monti o era un miraggio? Nel pomeriggio ci fu una sosta presso un piccolo stagno, Fiorella si sentiva stanca, non poteva lavarsi, non mangiava, le offrivano solo dei datteri, non riusciva ad orientarsi non sapeva dove si trovava. Si riprese la marcia, ora le montagne erano effettivamente vicine, "Che fosse un confine?". Quando si avvicinarono scorse diverse gole e cavalli in libertà. Non sapeva cosa sarebbe accaduto, poi, all'improvviso comparsero alcuni uomini con i mitra spianati ed intimarono l'alt. I due mostrarono Fiorella ed ebbero dei cavalli freschi e la possibilità di passare. Adesso la vegetazione cambiava, era meno spoglia, nell'andare avanti si vedevano piccoli agglomerati fatti solo di capanne. In una di queste si fermarono e si rifocillarono, così anche Fiorella potette mangiare qualcosa. Poi si sentì il rumore di un' auto, di lì a poco entrò un arabo con delle chiavi in mano. Si proseguiva in auto, sempre per zone squallide e quasi disabitate. Poi la segnalazione di una città, era Masul, quindi, pensò Fiorella, siamo in Iraq. Più si avvicinava, più si avvertiva lo squallore, la morte, la distruzione: che c'era la guerra era evidente. Attraversata la città si fermarono ad un capannone e a Fiorella fu intimato di scendere, era una fabbrica, la piazzarono vicino ad una catena di montaggio e doveva spostare dei grossi tubi. Era diventata una schiava operaia. Diverse compagne di lavoro erano bianche come lei, al suono di una campanella smisero di lavorare e furono portate in una capanna dove per terra c'erano dei pagliericci, poi il lavoro riprese e per cena le dettero una brodaglia. La notte non dormì, i pagliericci erano pieni di insetti. Vie di fuga nemmeno a parlarne, le operaie erano continuamente sorvegliate da guardie armate. I giorni si susseguivano monotoni, Fiorella era molto stanca e cominciava a perdere ogni speranza, la sopravvivenza era ai limiti della dignità umana. Un giorno successe l'irriparabile, una bomba scoppiò al centro del capannone, ci fu un fuggi fuggi generale, Fiorella si ferì ad un braccio e rimase per ore sotto il peso di un'operaia morta. Poi arrivò la Croce Rossa internazionale e fu portata M un ospedale da campo, lì riuscì a parlare e spiegò la sua situazione, fu messa su un aereo e rispedita a casa così imparò che non sempre i sogni corrispondono alla realtà e che spesso le grandi civiltà del passato rimangono tali solo sui libri di storia.

R. Narciso

 

Rodolfo

La salute creava gravi problemi a Rodolfo, si era arrivati ad un punto di stallo, la situazione era critica; lui non sempre accettava questa condizione e le ore trascorrevano monotone. La cosa che lo assillava di più era il desiderio di lasciare un ricordo di sé e di avere la possibilità, anche solo una volta, di vedere da vicino le stelle, sue compagne nelle notti solitarie. Una mattina accadde qualcosa di irreparabile. Già all'alba i profumi sembravano diversi e c'era nell'aria uno strano rumore, poi tutto avvenne repentinamente: una fiumana di enormi insetti colpì il paese e ci fu morte e distruzione ovunque. Rodolfo, abbandonato a se stesso, si agitava nel letto non sapendo il da farsi. Quando i vetri della finestra si infransero ed un enorme insetto si posò sul letto di Rodolfo, egli ebbe solo il tempo di gridare “Cielo!”, l'insetto squarciò il suo petto e vi prese il cuore, come se avesse capito la parola pronunciata dal moribondo e, lo gettò in cielo. Subito il sole si oscurò, scese la notte e comparvero le stelle, ed il cuore di Rodolfo divenne una macchiolina bianca fra le stelle; ecco il suo desiderio si era realizzato, rimaneva in cielo a guardare le stelle e lasciava qualcosa di se.

R. Narciso

 

Teresa

La famiglia Narciso era, per quei tempi, benestante: il padre Arturo aveva un negozio di pellicceria e alcune proprietà, la madre Elisa, donna molto moderna ed emancipata, era morta molto giovane. I figli erano cinque: Arturo, come il padre, Mario, Elena, Teresa[1] ed Armandino, che morì a soli 8 anni. I ragazzi erano abbastanza autonomi: Arturo, il più grande, sovrintendeva un pó, ma se la cavavano da soli, il padre stava in negozio. Teresa era la più piccola, tenera, dolce, aveva 13 anni e sentiva molto la mancanza della madre. Un giorno mentre andava a scuola fu avvicinata da due ragazzi in bicicletta che le scomposero il fiocco che portava in testa e cominciarono ad apostrofarla, lei voleva ribellarsi, ma si bloccò e poi scappò via. Arrivò a scuola in ritardo, l'insegnante la rimproverò e lei non ebbe il coraggio di dire nulla; a questo si aggiunse che non aveva fatto tutti i compiti: allora, l'insegnante scatenò il finimondo e per punizione la chiuse in uno sgabuzzino isolato. Teresa cominciò a piangere, tutto un fremito la percorreva, gridava, aveva paura, ma nessuno si curava di lei. Il tempo passava inesorabile, ma la situazione non cambiava, anzi andava peggiorando: cominciava a non avere più voce, le si erano spezzate le unghie a furia di grattare vicino alla porta per cercare di aprirla. Ad un certo punto si sentì bagnata, vide del sangue a terra, con le ultime forze che le rimanevano riprese a piangere: era diventata donna in un momento di grande sofferenza. Le sue paure aumentarono, a momenti sì sedeva per terra e si appisolava un poco, era una piccola tregua. A casa ad ora di pranzo non fu dato molto peso all'assenza di Teresa, perché capitava che spesso non tornasse a casa e che si trattenesse dalle cugine. A quei tempi non c'era il telefono nelle case e comunque non si controllò. La scuola si chiuse con Teresa ancora intrappolata nello sgabuzzino: nessuno si era accorto di lei e l'insegnante se ne era dimenticata. Sporca, digiuna, triste, impaurita, Teresa ogni tanto emetteva un urlo, si sentiva un ostaggio, ricordava le storia che le raccontava la mamma, che aveva vissuto la prima guerra mondiale, a proposito dei prigionieri. Soltanto all'ora di cena il padre si preoccupò dell'assenza di Teresa e mandò il primogenito Arturo dalle cugine per chiedere notizie, ma queste non sapevano nulla. Fu interpellata una vicina, compagna di classe e allora venne fuori la verità.I1 padre ed Arturo si recarono subito a scuola, svegliarono il custode e fecero aprire la scuola, arrivarono allo sgabuzzino maledetto, si sentiva solo un debole singulto, aprirono e... povera Teresa, in che condizioni fu trovata!Era pallidissima, tutto il viso ed il grembiule sporco, sangue sulle mani e sulla fronte, balbettava e svenne nelle braccia del padre. La portarono subito a casa, venne il medico e disse che la situazione era critica, c'erano poche speranze: la paura era stata troppo grande, troppi sforzi, troppi dolori. Il padre la stese nel suo letto per starle vicino nelle sue ultime ore; durante la notte, Teresa stette molto male, urlava, ebbe degli incubi. All'alba tutto si calmò, emise un ultimo respiro e spirò. Era il 1929.

R. Narciso

 

La guerra

Elena Narciso, giovane impiegata ai telefoni di Stato, era tra la folla che assistette in ginocchio a questo terribile episodio del 12 settembre 1943 descritto da un testimone oculare, Luigi De Rosa, e raccolto da Corrado Barbagallo nel suo Napoli contro il terrore nazista edito da La città del sole: "Domenica 12 settembre. Erano scoccate da poco le tre del pomeriggio. A casa mia si era finito di desinare, e si conversava; già, nella strada, dinanzi al portone aperto, alcune donne ciarlavano. D'un tratto udimmo delle grida, un precipitar di passi, lo stridere dei cardini del portone, un arrampicarsi pauroso per le scale, una voce, più delle altre tremante, gridare : - I Tedeschi, i Tedeschi!. Donne, bambini, vecchi, uomini d'ogni età e condizione vi erano stati riuniti, senza che sapessero quello che li attendeva. Erano, forse, più di settemila. Alcuni erano abitanti delle case e delle strade vicine, ed erano stati come noi, strappati alle loro famiglie; altri, fermati per via,stavano lì accatastati (...). Scariche di mitraglia e l'ansimare rumoroso di carri armati, che di proposito passavano per la strada, accrescevano il terrore. D'improvviso un colpo di cannone tuonò. Un carro armato sparava contro l'ex- Palazzo della Borsa. La folla ammucchiata in via Sedile di Porto, fu spinta a forza a mettersi in movimento (...). Fummo fatti fermare dinanzi all'Università. Agli sbocchi delle vie trasversali, che danno sul Corso, si scorgevano carri armati all'erta e cannoni puntati contro le case. A un tratto si udirono delle implorazioni, che ci fecero voltare. Veniva verso di noi un soldato tedesco, recante in mano una valigetta, mentre con l'altra trascinava un giovane marinaio, il quale gridava e alle case e alla folla la sua innocenza, e invocava il nome della madre morta. Un ufficiale tedesco ci ordinò di inginocchiarci. Da una traversa un carro armato sparò. Il nobile Palazzo della nostra Università fu colpito, prese fuoco, cominciò a bruciare. Il colpo aveva spezzato una lamiera posta in basso nel cancello centrale, e le fiamme in breve salirono e divennero gigantesche. Un ufficiale tedesco parlò: disse che il marinaio avrebbe compiuto atti di sabotaggio- proprio con una bomba a mano ancora intatta, contenuta nella valigetta!- contro le forze armate germaniche, e che perciò doveva essere punito. L'infelice fu obbligato a salire la scalinata dell' Università, e per la lamiera contorta, rovente,circondata dalle fiamme, costretto a penetrare nell'atrio. Vi era quasi riuscito, quando un tedesco lo tirò indietro, e gli ordinò di restare sulla soglia, con le spalle al cancello di fuoco. Il giovane gridava sempre, e noi, costretti a stare in ginocchio, agghiacciavamo di orrore; alcuni imploravano grazia per lo sventurato. Nove Tedeschi, con i fucili puntati sul giovane, si disposero alla base della gradinata. Poi si udirono un ordine e una raffica. Il corpo straziato si abbatté al suolo. Ma non bastava: un ufficiale tedesco, preso uno dei fucili, mirò alla fronte del morto, e tirò anche lui."

R. Narciso


[1] Teresa Narciso (1916 - 1929) sorella di Arturo Narciso (1910 - 1989) figlia di Arturo Narciso (1879 - 1947).

Ultima modifica il Mercoledì, 06 Agosto 2014 09:26
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Info sull'autore


Palma Emanuela Abagnale

Direttore responsabile della rivista CamCampania

Background e Competenze:  “Le mie principali qualifiche sono quelle di Giornalista Pubblicista (iscritta da luglio 2014 all’Albo dei giornalisti pubblicisti della Campania) e di Cultural Manager (avendo conseguito la Laurea magistrale in Organizzazione e Gestione del Patrimonio Culturale e Ambientale presso l’Università Federico II di Napoli - Titolo della tesi: “La Comunicazione Integrata per la valorizzazione del territorio). Sono appassionata d’arte e fotografia; raccontare (anche per immagini) e organizzare eventi è ciò che faccio dal 2010 per CamCampania, network artistico-culturale che valorizza beni ambientali e culturali (materiali e immateriali) attraverso la comunicazione integrata.